I Celti, chiamati Galli dai Romani e Galati dai Greci, erano un insieme di popoli, che verso il 2000 a.C. si mossero dalla Germania meridionale tra il Reno e il Danubio per penetrare in Gallia (corrispondente ai territori attuali di Francia e Belgio) e in Inghilterra.
A partire dal VI secolo a.C., i Celti si mossero in più direzioni: verso Occidente, fino in Spagna (nella Galizia che ne ricorda il nome) dove si fusero con le tribù locali degli Iberi, dando origine ai Celtiberi; verso Oriente, nei Balcani e in Asia Minore; verso Sud, in Italia, giunsero tra la fine del V e gli inizi del IV secolo a.C. e si stanziarono in Piemonte, Lombardia, Emilia e Marche.
Dei Celti hanno raccontato Cesare, Erodoto, Livio, Polibio, Tacito ed altri.
Il De bello gallico di Cesare è senz'altro un documento di fondamentale importanza per la conoscenza del mondo celtico. Unita alle testimonianze archeologiche e a fonti letterarie più tarde, quest’opera consente di ricostruire gli aspetti principali della cultura celtica. Secondo la terminologia di Cesare, gli insediamenti dei Celti si distinguevano in oppida (città), vici (villaggi) ed aedificia privata (singole fattorie).
Questa classificazione è stata confermata dalle indagini archeologiche.
Gli oppida erano centri amministrativi, luoghi di mercato, sedi di santuari. Gli abitanti vi svolgevano anche attività artigianale, la cui alta qualità è attestata da numerosi ritrovamenti di attrezzi agricoli, armi, stoviglie di metallo, legno e ceramica, finimenti di cavalli e di carri, gioielli, bilance.
Questa produzione non serviva soltanto al fabbisogno locale e alimentava un commercio a largo raggio che si svolgeva via terra e lungo i fiumi.
L’economia di scambio si basava anche sull'uso della moneta. I primi a introdurre monete nel mondo celtico erano stati i numerosi mercenari che avevano militato negli eserciti ellenistici. Le prime monete celtiche sono appunto imitazioni di esemplari ellenistici. Successivamente si sviluppò una monetazione originale, della quale sono rimasti numerosi esemplari d’oro e d’argento.
Le città erano divise in quartieri e avevano strade e piazze ben allineate. Spesso le città avevano un’acropoli fortificata che occupava il luogo più alto ed era la sede dei governanti.
L’agricoltura celtica si basava soprattutto sui cereali e sugli ortaggi. La viticoltura fu introdotta dai Romani ed ebbe nei secoli successivi uno straordinario sviluppo.
L’allevamento era una risorsa molto importante. Le specie maggiormente diffuse erano i suini, allevati per la carne, i bovini, impiegati soprattutto per il traino e per la produzione del latte, gli ovini, gli equini, il pollame.
In tutte le comunità celtiche, il potere politico era nelle mani di coloro che Cesare chiama i prìncipi, quello religioso nelle mani dei druidi
Al di sotto di queste due categorie sociali c’erano gli uomini liberi, ossia quanti si guadagnavano da vivere lavorando e che spesso possedevano terre e bestiame, e gli schiavi, per lo più prigionieri di guerra, privi di qualsiasi diritto e impiegati in lavori pesanti e umili.
I prìncipi erano nobili guerrieri, che non svolgevano nessuna attività lavorativa; eleggevano dai loro ranghi un magistrato che per un intero anno deteneva il governo della città, coadiuvato da un consiglio di anziani.
I Druidi godevano di privilegi importanti. Unici intermediari tra il mondo degli dèi e quello degli uomini, celebravano i riti, compivano i sacrifici (anche umani), interpretavano i presagi.
La loro formazione durava molto a lungo: essi dovevano infatti dedicare una ventina d’anni all'apprendimento mnemonico dei testi sacri, che la religione celtica vietava di riprodurre in forma scritta. Proprio per questo le conoscenze della religione celtica sono molto ridotte. La testimonianza più diretta dell’universo spirituale dei Celti proviene dalle loro opere d’arte.
Purtroppo però si tratta soltanto di immagini anonime, perché, a differenza dei Greci, degli Etruschi e dei Romani, i Celti non utilizzavano la scrittura per identificare le divinità rappresentate.
Come tutte le religioni politeistiche dell’antichità, anche quella celtica era un insieme composito di divinità derivate dalle antiche tradizioni o provenienti da altre culture. Le divinità principali erano Lugh, «il Luminso», che amava il giavellotto e la fionda; Taranis, il dio del fulmine, che i Romani assimilavano a Giove; Esus, «il Buono», seconda divinità per importanza del pantheon celtico; Teutates, il dio della guerra.
Il disegno riproduce una tipica abitazione celtica risalente al 300 a.C. circa: una capanna rotonda costituita da una struttura di legno sormontata da un tetto conico in paglia. Le pareti erano formate da una cannicciata ricoperta su entrambi i lati da uno strato di argilla e gesso. All'interno dell’abitazione le donne svolgevano le loro mansioni. C’era il telaio verticale per tessere; per cucinare, le donne disponevano sia del fuoco, che serviva anche per riscaldare l’ambiente, sia di un forno a cupola di argilla. Nonostante la sua semplicità, questo tipo di abitazione era particolarmente robusto, tanto da resistere ai rigidi climi invernali del Nord Europa.
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I SUMERI: chi erano? ma soprattutto...da dove venivano?
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| Ziggurat Sumerica |
I SUMERI
La Civiltà dei Sumeri o
civiltà sumerica (anche se i più li conoscono come Sumeri) è una
civiltà antica che si è sviluppata nell’area della Mesopotamia intorno al 4500
a.C.
Insieme alla civiltà dell’Antico Egitto è una delle prime civiltà umane di cui
siamo a conoscenza.
LE 6 DOMANDE
CHIAVE PER TENTARE DI CAPIRE L’ARGOMENTO
- Chi: Civiltà dei
Sumeri (o Sumeri).
- Cosa: una delle più
antiche civiltà umane di cui abbiamo notizia.
- Come: ancora non si
è trovata una spiegazione credibile sulla loro origine.
- Dove: la loro
civiltà si sviluppò in Mesopotamia, l’area fertile compresa tra i fiumi
Tigri ed Eufrate.
- Quando: dal 4500 a.C.
- Perché: i fiumi garantivano l’acqua necessaria per le irrigazioni e un suolo fertile da coltivare; inoltre, facilitavano gli scambi e i trasporti di merci.
BREVE STORIA DEI SUMERI
Gli storici non sono sicuri di come i Sumeri
arrivarono nell’area della Mesopotamia. Ad ogni modo, le prime tracce della
città-stato di Uruk risalgono al
3500 a.C.
Rispetto all'Antico Egitto, i Sumeri non hanno
mai avuto un vero e proprio stato organizzato: tutti i territori sotto il loro
controllo erano organizzati in città-stato indipendenti. Ogni città-stato
controllava un centro abitato e tutte le terre circostanti, oltre al tratto di
fiume e ai canali nelle vicinanze.
Dal 4500
a.C. al 3500 a.C. sappiamo che i
Sumeri si dedicarono a costruire le prime città stato, utilizzando mattoni di
argilla essiccata al sole e canne.
Dal 3500 a.C. al 2900 a.C. le città si dotarono di mura ed ebbero una crescita notevole. In questo periodo le città-stato intrecciarono rapporti commerciali e vi furono le prime lotte tra loro. La città-stato predominante era Uruk.
Dal 3500 a.C. al 2900 a.C. le città si dotarono di mura ed ebbero una crescita notevole. In questo periodo le città-stato intrecciarono rapporti commerciali e vi furono le prime lotte tra loro. La città-stato predominante era Uruk.
Dal 2900 a.C. al 2000 a.C. vi fu un progressivo declino
della civiltà sumerica: le città-stato erano in perenne lotta tra loro e vi
furono diverse invasioni di popolazioni esterne, oltre a periodi di carestia.
Infine, con l’ascesa dei Babilonesi guidati dal re Hammurabi i Sumeri
scomparvero definitivamente, venendo inglobati dalla nascente civiltà
babilonese.
L’IMPORTANZA DEL TIGRI E DELL’EUFRATE
Mentre il Nilo garantiva agli Egizi inondazioni periodiche e costanti, e
riforniva le terre di limo, il Tigri e l’Eufrate invece erano soggetti a piene
improvvise. Questo costrinse i sumeri a costruire argini e canali per poter sfruttare i fiumi senza subirne i
danni.
L’agricoltura era l’attività fondamentale alla
base della civiltà sumerica: i sumeri furono eccellenti agricoltori, che
introdussero l’uso dell’aratro e dei canali di irrigazione per aumentare al massimo la
superficie coltivabile.
I campi dei sumeri producevano prevalentemente
orzo, legumi, cereali, cipolle, aglio e datteri. Questi alimenti formavano
anche la base dell’alimentazione della civiltà sumerica.
LA SOCIETÀ DEI SUMERI
Le città-stato sumere erano governate in
origine da un Re-sacerdote. In seguito, Re e sacerdote
divennero due figure distinte.
Le città-stato erano popolate da tre classi
sociali e dagli schiavi:
- la classe alta,
composta dai Re, dai nobili e dai sacerdoti,
- la classe
media, composta dai soldati, dagli artigiani e dai commercianti, che
godevano di un certo benessere,
- la classe
bassa, formata dai contadini, che vivevano in condizioni molto modeste,
- Gli schiavi,
prigionieri di guerra non godevano di alcun diritto ed erano destinati ai
lavori più duri.
CLASSE ALTA
La classe alta, composta dai nobili e dai
sacerdoti, possedeva le terre e non pagava alcuna tassa. Il Re della
città-stato veniva eletto tra i membri delle famiglie nobili.
I membri della classe alta, pur non pagando
tasse, offrivano doni al Re per ottenere il suo favore.
CLASSE MEDIA
La classe media era composta da tutti coloro
che si dedicavano al commercio, oltre che dagli artigiani. Fu proprio il commercio a
garantire ricchezza e prosperità ai sumeri per quasi 2000 anni: le città-stato
infatti scambiavano numerose merci tra loro e con le popolazioni circostanti.
La classe media pagava alla città-stato delle
tasse; inoltre, si impegnava nelle opere pubbliche come la costruzione di templi
e canali. In cambio, riceveva dalla città-stato cibo e provviste.
CLASSE BASSA
Pastori e contadini erano la base della civiltà
sumerica: vivevano in condizioni molto modeste e non possedevano alcuna terra;
lavoravano invece quella dei nobili, in cambio di un modesto salario. Queste persone non avevano peso politico all’interno
della città-stato.
“La
Mesopotamia”.
Mesopotamia è un termine che viene dal greco e
significa “Terra tra i fiumi”. Indica la zona fertile situata fra il Tigri e l’Eufrate e corrisponde ai
territori oggi occupati dalla Siria e dall'Iran.
La civiltà dei Sumeri non aveva una capitale;
era composta invece da numerose città-stato indipendenti tra loro; queste,
erano spesso in guerra tra loro per la supremazia politica ed economica.
Tra le
città stato più grandi costruite dai sumeri troviamo Uruk, Ninive, Eridu e Lagash.
Invenzioni
dei Sumeri.
Ai Sumeri dobbiamo l’invenzione della ruota:
scoperta già nel neolitico, la ruota era però utilizzata unicamente per
modellare oggetti in argilla e terracotta. Furono i sumeri ad applicare la
ruota ai carri e ad utilizzarla per i trasporti. Nel campo dell’agricoltura,
inventarono l’aratro a trazione animale, oltre all’uso di canali per
l’irrigazione. I sumeri, inoltre, inventarono la scrittura cuneiforme, il primo
esempio di scrittura codificata di cui abbiamo notizia.
Infine, furono ottimi matematici e astronomi; a
loro dobbiamo il calcolo del tempo su base sessagesimale (e non in base
10 come le altre nostre misure).
Ziggurat dei
sumeri.
La ziggurat (o ziqqurat) era un tempio
imponente di forma piramidale, costruito utilizzando mattoni argillosi. Sulla
sommità della ziggurat si trovava il tempio, riservato ai sacrifici agli dei e
alle osservazioni astronomiche. Alla base, invece, erano collocati grandi
magazzini in cui si collocavano le riserve di cibo.
Ogni città-stato dei sumeri
aveva una propria Ziggurat.
Ricerche di
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giovedì
Iniziano una serie di semplici articoli o meglio appunti sulla Storia, partendo dalle Civiltà Scomparse ?
ANTICHI EGIZI, ROMANI, MAYA E AZTECHI: PERCHÉ SONO SCOMPARSI ?
Statue Moai a Ahu Nau Nau sull'Isola di Pasqua, Cile
Cnosso, civiltà micenea,
è il più importante sito archeologico dell'età del
bronzo di Creta.
Sfinge e piramide di Giza, Cairo, Egitto
Teatro etrusco a Volterra, Toscana, Italia
Che fine hanno fatto gli antichi Egizi? E i
Romani?
Perché non ci sono più i Maya o gli Aztechi
e che cosa fa scomparire le civiltà, grandi o
piccole,
che l'uomo ha creato?
Se vi siete
mai posti una domanda di questo genere, sappiate che avete toccato uno dei
punti più difficili del lavoro degli storici. Capire perché nascano le
civiltà è complicato, ma riuscire a comprendere perché crollino lo è ancora di
più.
A volte succede all'improvviso e a volte è una cosa che avviene addirittura in centinaia di anni.
A volte succede all'improvviso e a volte è una cosa che avviene addirittura in centinaia di anni.
La crescita delle civiltà.
In effetti
“qualcuno ha pensato che le civiltà seguano un ciclo uguale per tutte, che le
porta a un periodo di crescita, fino al massimo della fioritura e poi al crollo
e alla scomparsa. Ma è una visione un po' troppo meccanica”, racconta Luca Castellin (che ha letto molte cose
su questo argomento e le insegna all'Università Cattolica di Milano).
Allora un grande storico inglese che si chiamava Toynbee ha scritto una
storia delle civiltà in dieci volumi per cercare di spiegare che “le civiltà
progrediscono finché sanno rispondere alle sfide che si trovano davanti e che
possono essere molto diverse: dei nemici, oppure il clima, un ambiente
difficile o favorevole. Quando invece non sono più capaci di trovare
buone risposte, cominciano a sfiorire”, dice sempre il nostro storico.
Che cosa successe agli Egizi?
Un'idea che
sembra adatta a spiegare, per esempio, quello che accadde alla civiltà egizia, che impiegò un tempo lunghissimo a
dissolversi. Molte volte
nella sua storia sembrava che fosse finita e poi risorgeva e poteva sembrare
destinata a non finire mai. Invece a un certo punto un re persiano che si
chiamava Cambise invase il Paese senza fare nemmeno troppa fatica e lo
trasformò in una provincia del suo impero, perché la civiltà egizia era ormai esaurita, come un'auto senza
più benzina. Anche se nessuno sa spiegare davvero quale fosse la benzina.
Gli Egizi: risorti tante volte.
Il bello
della storia dell'Antico Egitto è che non si riesce mai a saperla tutta. Ci sono così tante dinastie e così tanti periodi diversi che
sembra impossibile di avere a che fare con una sola civiltà. Da
Cheope, che costruì la prima piramide di el-Giza, a Ramsete II passano ben 1200
anni, come da Carlo Magno a noi! L'Antico Egitto si divise molte volte,
attraversò periodi di decadenza e di rinascita, fu invaso da popoli misteriosi
come gli Hycsos e si riprese sempre e durò più di 2500 anni. Dopo le lotte con
i Popoli del mare, alla fine dell'Età del Bronzo, divenne però sempre più
debole. Quando venne conquistato dai Persiani, poi da Alessandro Magno e infine
dai Romani la sua civiltà era già pronta per finire al museo.
Le civiltà finiscono davvero?
Ma si può
almeno trovare il momento in cui succede che una civiltà finisca? In qualche
caso sì. Si può dire che il 13 agosto del 1521, quando i conquistadores spagnoli
guidati da Hernán Cortés diedero alle fiamme la città di Tenochtitlán, capitale
dell'impero Azteco, fu il giorno che segnò la fine della civiltà azteca.
Nel giro di appena due anni da quando Cortéz era sbarcato sulle coste del
Messico, il regno del famoso Moctezuma (o Montezuma) era scomparso. “Questo
degli Aztechi, come quello degli Inca, è un caso eclatante,
ma piuttosto raro”, sostiene Enrica Salvatori, che la storia la insegna
all'Università di Pisa. “Le civiltà scompaiono in moltissimi
modi diversi, spesso trasformandosi e lasciando tracce nelle civiltà
successive”, aggiunge". E Castellin conferma: “Ogni
civiltà non è mai sola nel mondo e si incontra e scontra con le altre e
continuamente ci sono pezzi di una che passano a un'altra”. Pensate agli Etruschi, che persero le battaglie contro i
Romani e apparentemente furono sconfitti. Però avevano una
civiltà così bella e raffinata che molte delle cose che facevano sono diventate
parte della civiltà romana. Persino la corona d'oro dei re, quella che
disegniamo ancora oggi, l'hanno inventata loro!
Isola di Pasqua. La stupidità umana.
L'Isola di Pasqua, sperduta nell'oceano Pacifico, era una
immensa foresta di palme quando ci arrivarono i primi abitanti. Vivevano bene, erano sempre
di più e così cominciarono a tagliare le piante, per avere terreni da coltivare
e tronchi su cui far rotolare le grandi statue che intagliavano nella pietra,
i Moai.
Solo che a
forza di tagliare alberi, l'isola divenne arida e brulla e la popolazione si
ridusse quasi alla fame: a quanto pare per sopravvivere si cibarono dei topi.
Sarebbe stato decisamente meglio pensarci prima.
I conquistadores.
Ma torniamo nell'America del 1500. I suoi regni e le sue civiltà finirono così in fretta perché i
conquistadores non solo erano spesso spietati (e Cortéz lo era forse più di tutti gli
altri!), ma avevano anche i cavalli, avevano armi più moderne e conoscevano la
polvere da sparo e nessuna delle popolazioni che incontrarono riuscì a resistere
a una superiorità tecnologica così schiacciante. Senza contare che dall'Europa arrivarono pure malattie che quei popoli non avevano
mai visto e che fecero strage anche senza bisogno delle armi.
Dunque la tecnologia è importante per decidere la vittoria e la sconfitta. Basta pensare a come, nell'antichità, gli Ittiti sbaragliassero i nemici solo grazie ai loro carri da guerra più agili e con tre posti anziché due. Ma non basta. E molti casi lo dimostrano.
Dunque la tecnologia è importante per decidere la vittoria e la sconfitta. Basta pensare a come, nell'antichità, gli Ittiti sbaragliassero i nemici solo grazie ai loro carri da guerra più agili e con tre posti anziché due. Ma non basta. E molti casi lo dimostrano.
Gli Etruschi assorbiti dai Romani.
Se pensate
che gli Etruschi fossero toscani, vi sbagliate. Gli Etruschi sono un enigma e non si sa come siano capitati in
Italia. Forse arrivarono attraverso il mare dall'Asia Minore. Di
certo si stabilirono un po' ovunque, dalla Campania all'Emilia Romagna e al
Veneto. Anche Roma è stata etrusca per un certo periodo. Poi però i romani
decisero di cacciare il re etrusco, Tarquinio, dalla loro città. E alla fine si
misero a combatterli e li sconfissero sempre. Così gli Etruschi si misero a
parlare latino e smisero di avere un proprio re in ogni città, ma continuarono
ancora a lungo a costruire tombe sotterranee, gioielli e tante altre cose di
classe. Scomparvero, ma senza mai sparire davvero.
Greci contro i Persiani.
Pensate a ciò
che successe ai Greci contro i Persiani: i Greci erano molti di meno e meno organizzati, ma così
determinati che riuscirono a sconfiggere i nemici per ben due volte e così
diedero inizio a un periodo di splendore, coltivando il teatro, la filosofia e inventando la democrazia, costruendo
i templi e portando la loro cultura in giro per il Mediterraneo e anche in
Italia. Poi però, a forza di farsi la guerra le une con le altre, le città
greche finirono male e Alessandro Magno non fece quasi nessuna fatica a
sconfiggerle. Un po' come successe all'Egitto contro Cambise.
Le cause del crollo? Più di una.
Di solito,
quando uno storico studia una civiltà, trova molti motivi che l'hanno
indebolita e però ne sceglie uno come principale. Per il crollo della civiltà
Romana, per esempio, c'è chi pensa che abbiano contato di più i barbari e chi
il Cristianesimo, qualcuno pensa che l'impero fosse troppo grande e qualcuno
che a un certo punto, come si dice, gli Antichi Romani non fossero più quelli
di una volta. Ma anche il cambiamento del clima può essere un nemico
assai pericoloso. E a volte, come accadde agli abitanti dell'Isola di Pasqua
(vedi il box), una civiltà può persino essere causa della propria rovina senza
saperlo.
La civiltà minoica Mistero fitto!
Uno dei più
grandi misteri della storia è la fine dell'Età del Bronzo, attorno al 1200 avanti Cristo. All'improvviso scompare la civiltà minoica di Creta: i suoi splendidi palazzi
vengono abbandonati. Molti storici pensano che sia stato per colpa di uno tsunami provocato
dall'esplosione del vulcano di Santorini, un'isola greca che si trova di fronte
a Creta, avvenuta proprio in quel periodo. Ma la cosa strana è che quasi
contemporaneamente crollarono altre civiltà e imperi: in Turchia quello Ittita,
in Mesopotamia, in Siria, e persino l'Egitto cominciò a indebolirsi. C'è chi dà
la colpa ai misteriosi popoli del mare, che sbarcarono un po' ovunque ma non si
sa bene chi fossero. Chi pensa che c'entri un cambiamento del clima che fece
scarseggiare il cibo. Chi dice che fu colpa dei terremoti. Gli archeologi
continuano a indagare, ma il mistero rimane.
Brevi ricerche
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mercoledì
I LABIRINTI: Reali, Mentali, Esoterici.
TRE GOMITOLI
I nostri modi di pensare il labirinto seguono percorsi tortuosi. Tanto per cominciare, vi sono diversi tipi di labirinto. Santarcangeli ne elenca moltissimi, ma per comodità di discorso vorrei identificare tre modelli fondamentali. Il primo è il labirinto detto "unicursale": a vederlo dall'alto sembra un intrico indescrivibile e a percorrerlo si è presi dall' angoscia di non poterne mai più uscire, ma in effetti il suo percorso è generabile con un algoritmo molto semplice, perché esso altro non è che un gomitolo a due capi, e chi vi entra da una parte non potrà che uscire dall'altra.
Questo è il labirinto classico che non avrebbe bisogno di filo d'Arianna perché è, esso stesso, il filo d'Arianna di se stesso. Per questo al centro vi dovrà essere il Minotauro, per rendere l'intera vicenda meno monotona. Il problema posto da questo labirinto non è "da quale parte uscirò?" bensì "uscirò?", ovvero, "uscirò vivo?". Questo labirinto è immagine di un cosmo difficile da vivere, ma tutto sommato ordinato (c'è una mente che lo ha concepito). Il secondo tipo di labirinto “manieristico”: se sfilate il labirinto classico unicursale vi trovate tra le mani un filo, ma se riuscite a dipanare il labirinto manieristico non vi trovate tra le mani un filo, ma una struttura ad albero, con infinite ramificazioni, il novantanove per cento delle quali porta a un punto morto (solo un corno di un solo dilemma binario porta all'uscita). Labirinto difficile, perché può accadervi di tornare all'infinito sui vostri passi, e che impone calcoli complessi per trovare una regola che consenta di individuare l'uscita. In teoria la regola c'è, perché il labirinto manieristico, anche se ha un interno assai complesso, ha un dentro e un fuori. Terzo viene il “rizoma”, o la rete infinita, dove ogni punto può connettersi a ogni altro punto e la successione delle connessioni non ha termine teorico, perché non vi è più un esterno o un interno: in altri termini, il rizoma può proliferare all'infinito.
Inoltre potremmo immaginarlo come una palla di burro, senza confini, all' interno della quale posso perforare senza troppa fatica una parete che separa due condotti creando per ciò stesso un nuovo condotto.
Il che equivale a dire che nel rizoma anche le scelte sbagliate producono soluzioni e tuttavia contribuiscono a complicare il problema. Se anche una Mente può aver pensato il rizoma, non ne avrà però pensata e stabilita in anticipo la struttura. Il rizoma è come un libro in cui ogni lettura cambi l'ordine delle lettere e produca un nuovo testo. E se l'idea di rizoma è assai recente, quella di un libro di tal fatta è molto più antica, e la troviamo nella tradizione cabalistica (anche se per i cabalisti rimaneva ferma la fede in una struttura finale del libro che avrebbe dovuto adeguare il progetto iniziale della creazione. Ora possiamo dire che tutto il Pensiero della Ragione, dalla Grecia sino alla scienza ottocentesca, si è proposto come pensiero di una Legge o di un Ordine che dovrebbe ridurre la complessità del Labirinto. Il labirinto veniva evocato dall' immaginazione, mentre il Pensiero della Ragione cercava di rimuoverlo. Naturalmente, quanto più il Pensiero della Ragione cercava di rimuoverlo, tanto più l'immaginazione mistica - ovvero il Pensiero del Mistero - lo riproponeva - e la storia del pensiero ermetico, dalla Cabala attraverso il Rinascimento, sino ai giorni nostri, è presente a testimoniarlo. Da un lato la Razionalità, che voleva ridurre la complessità del Labirinto, dall'altro la cosiddetta Sapienza, che voleva conservare immutata la complessità dell'Irrazionale.
Una caratteristica di molto pensiero contemporaneo è invece quella di elaborare tecniche di Ragionevolezza per muoversi nel labirinto, senza rimuoverne l'immagine, senza volerlo ridurre a un ordine definitivo, e tuttavia senza abdicare alla necessità di disegnarvi percorsi praticabili. Agli opposti ideali dei Distruttori del Labirinto e delle Vittime (magari complici) del Labirinto, possiamo contrapporre una scienza media che si propone di convivere umanamente col e nel labirinto.
Ricapitolando:
1) Unicursale (gomitolo a due capi - il filo di Arianna).
2) Manieristico (ad albero - tutti rami secchi meno uno).
3) Rizoma (come una radice a forma di palla).
Cito per tutti il tracciato inestricabile di strade che si può definire come un dedalo (termine chiaramente nato dalla figura del mitico Dedalo, il leggendario costruttore del labirinto di Creta per il Re Minosse, il più noto tra quelli dell'antichità).
Cos'è il labirinto?
Nell'antichità il labirinto simboleggiava il caos primordiale e lo sforzo di imporgli un ordine. Il suo disegno spiraliforme ricorda un serpente arrotolato, le viscere, ma anche i meandri del cervello. Poiché da sempre investito di poteri magici, propiziatori e protettivi, non esiste cosmogonia o mito fondatore in cui non sia presente. Allo stesso tempo il labirinto è stato associato al pericolo dello smarrimento, del disorientamento; chi vi entra rischia di rimanerci intrappolato.
In breve, il labirinto è per eccellenza l’emblema universale della ricerca dell'infinito, e dunque del “plus ultra”, del non-limite da parte di noi esseri finiti e limitati.
Chi lo percorre o contempla, diventa consapevole che il confine fra umano e divino, fra finito e infinito, è misteriosamente permeabile. Non a caso la sua unica apertura, ingresso e uscita, ci tenta irresistibilmente al transito.
I romani amplificano il labirinto cretese dividendo il cerchio o quadrato in quattro zone con un percorso unico che le attraversa successivamente. E’ spesso legato a riti funebri, alla discesa agli inferi, come anche ai riti di fondazione di nuove città. Sembra, infatti, un mappa stradale di una città ben ordinata e suddivisa come per esempio Roma, i cui primi quattro quartieri rispecchiano inequivocabilmente la forma della croce del disegno romano.
Al labirinto vengono attribuiti anche poteri magici, scaramantici e propiziatori, nelle cui spire vengono attirati e intrappolati gli spiriti maligni. L’originario significato sacro lascia comunque sempre maggiore spazio a funzioni sociali e ludici.
Nel Medioevo (XII-XV. Sec.) il labirinto subisce una profonda e durevole trasformazione in chiave cristiana, tant’è che una formula iniziatica dell’epoca suonava “il labirinto come vita, la vita come labirinto”.
La Chiesa riscopre la potente forza trasformatrice di questo disegno arcaico sulla psiche umana e lo propone come strumento meditativo, come simbolo di vita, morte e rinascita in Cristo. Diventa centrale il simbolismo della croce come principio ordinatore. Evocando la Via Crucis che ogni peccatore è chiamato a seguire, il percorso verso il centro s’interseca ripetutamente lungo le assi della croce. Allo scopo di renderlo fisicamente percorribile, il labirinto è spesso incastrato nel pavimento delle cattedrali gotiche, raggiungendo anche diametri di 13 metri, come nel caso del più famoso esemplare di questo genere, quello di Chartres.
Per il devoto percorrerlo significa compiere un viaggio intensamente spirituale. Difatti, fu anche chiamato “La via di Gerusalemme”, perché poteva sostituire il lungo e pericoloso pellegrinaggio in Terra Santa. Il percorso dentro il labirinto, spesso in ginocchio, diventa un cammino di penitenza ed espiazione verso la fede salvifica; i suoi intricati meandri simboleggiano il pericolo della perdizione, delle tentazioni del male. Le analogie con il mito cretese non mancano: così il centro era abitato da Satana (Minotauro), che può essere sconfitto solo con la forza della fede in Cristo (Teseo) portatore del raggio luminoso della divina speranza (filo di Arianna). Allo stesso tempo il centro era anche l’approdo alla Città di Dio, dove attuare la conversione e incamminarsi sulla strada della salvezza. La parola chiave era ubbidienza; perciò il labirinto medievale non può che essere monocursale. La “retta via” per raggiungere la beatitudine è una sola ed è percorribile in un solo modo: obbedendo la Chiesa e rimanendo scrupolosamente dentro i confini del recinto dell’ortodossia.
Arriviamo al Rinascimento che segna una svolta drastica nel simbolismo del labirinto e vede sbiadire i contenuti esclusivamente religiosi. In questa nuova accezione il labirinto lascia gli spazi sacri e arriva in quelli profani, lascia chiese e monasteri ed entra come ornamento e passatempo ludico in palazzi e giardini. Creato con siepi sempreverdi, al riparo dall'avvicendarsi delle stagioni e nell'illusione di poter sospendere il tempo, rispecchia così il tentativo dell’uomo di domare il caos, il tempo e la natura.
Il labirinto moderno e contemporaneo.
Dopo una lunga fase di declino durante l’illuminismo, che elegge l’Arcadia come metafora del mondo, è solo dall'inizio del Novecento che il labirinto torna di moda, questa volta nelle case e nei giardini della ricca borghesia in cerca di promuoversi nella scala sociale adottando modelli nobili. Come ornamento divertente e svuotato di qualsiasi riferimento sacro o contemplativo approda presto anche nei luoghi pubblici.
Nella versione contemporanea il labirinto si è trasformato in un rizoma, in una rete, la cui espressione più emblematica è “Internet”, ormai assurto allo status di cosmogramma universale di un mondo estremamente complesso e mutevole.
Infine il termine LABIRINTO.
La parola deriverebbe da Labrys: la doppia ascia che a Creta era l’emblema del potere regale e aveva la forma di due quarti di luna opposti, a simboleggiare il potere di vita e di morte della divinità lunare matriarcale.
La tavoletta di argilla ritrovata tra le rovine del palazzo di Nestore, a Pilo, rende plausibile l’ipotesi che la figura del labirinto sia stata formulata da un’unica cultura che si sarebbe poi diffusa, durante il suo periodo di massimo splendore, attraverso un’intensa rete di migrazioni e influssi culturali. E’ nell'area del bacino mediterraneo che si trova la maggior parte dei labirinti antichi.
Presso la civiltà Babilonese, la forma circolare della spirale, pare fosse una elaborazione stilizzata delle viscere degli animali che, una volta offerti in sacrificio agli dei, venivano poi usati a scopi divinatori.
L’Egitto aveva il “labirinto celeste”, nel quale venivano spinte le anime dei dipartiti, di cui esisteva un esemplare anche sulla terra; il famoso Labirinto, formato da una serie di sotterranei, antri e passaggi con le più intricate giravolte. Erodoto lo descrive composto da tremila camere, metà sotto e metà sopra la superficie della terra.
Nella sfera culturale della Grecia classica il labirinto era concepito come un tracciato di un edificio (a forma quadrangolare), ma era soprattutto il risultato dell’opera ingegnosa e straordinaria dell’architetto Dedalo. Il percorso al suo interno diventa la materializzazione di una prova iniziatica traducibile come viaggio che conduce al centro, ovvero al luogo sacro per eccellenza che esprime la speranza di una rinascita.
Un rinnovato interesse per il concetto del labirinto, venne successivamente accolto dal Novecento. Anche il linguaggio ne è stato sconvolto, visto che non si sospettava l’esistenza di questo nuovo “continente interiore”, che è stato parzialmente decifrato e reso comprensibile. Ad analoghe posizioni giungono gli scrittori del Novecento: eclatante è l’esempio di Luigi Pirandello che, con le sue opere letterarie, ha voluto dimostrare come la verità sia solo un punto di vista che varia da individuo a individuo.
Il labirinto come simbolo esoterico.
Molti disegni antichi di ordine esoterico, alcuni dei quali presenti anche nelle grandi cattedrali, mostrano il labirinto.
I problemi della vita appaiono spesso all'uomo comune come un intricato labirinto, nel quale è difficile imboccare la giusta direzione, se non dopo aver compiuto molti tentativi ed errori ed averne pagato le conseguenze. Se si potessero però vedere le cose da altri punti di vista, ad esempio salendo su una piccola altura, il labirinto rivelerebbe subito la sua ingannevole struttura e sarebbe molto più facile trovare l’uscita.
Questa metafora ci vuol dire che l’uomo non evoluto è ancora completamente chiuso nei propri schemi mentali, come se fosse intrappolato in un labirinto, incapace di vedere una situazione in modo obiettivo; al contrario, chi è spiritualmente elevato saprà vedere le cose da più punti di vista, le proietterà avanti nel tempo e nello spazio e darà loro la giusta importanza, avrà perciò grande capacità di sintesi, riuscendo a trovare la soluzione più diretta.
Più alta sarà la posizione e più lo sguardo potrà spaziare lontano, e comprendere una porzione sempre più vasta dei labirinti della propria vita, fino a vedere anche come questi si intrecciano con quelli delle vite delle persone vicine.
Una possibile interpretazione.
La rappresentazione del labirinto in molte iconografie antiche coincide con la descrizione della città di Atlantide, fornita da Platone nel Crizia, con una struttura ad anelli concentrici equidistanti, due di terra e tre di acqua alternati, rendendo impossibile arrivare all'Isola col Palazzo Reale, dato che ancora non esistevano navi e navigazione. Poi (i sovrani di Atlantide) gettarono ponti sugli anelli di mare che circondavano l’antica metropoli e fecero una strada che permetteva di entrare ed uscire dal palazzo reale.
La complessità nelle forme espressive: il Labirinto.
L’arte (in tutte le sue forme) si è sempre distinta per analizzare, con interpretazioni soggettive e personali, i più svariati concetti: dal rapporto bene e male, che permea buona parte di opere letterarie e pittoriche di ogni tipo, al cibo e alle sue varie forme, passando per l’amore, l’odio, la bellezza, l’angoscia e, addirittura, la stupidità umana. Se ci avviciniamo al tema della “complessità”, di ciò che è difficile e ostico, sia esso il tentativo di rispondere a domande filosofiche del tipo “Chi siamo?”, “Dove andiamo?”, “Cos’è l’amore?”, sia che si faccia riferimento a problematiche più concrete come quelle di “scoprire” o “inventare” o, più banalmente, risolvere un esercizio matematico, uno dei simboli che, per la sua stessa natura, è da sempre effige definitiva di concetti quali “difficile, strano, insuperabile” è quello di labirinto.
Che esso sia disegnato, costruito o semplicemente descritto, il “dedalo” è da sempre l’emblema, sin dall'antichità, di un problema di difficile (se non impossibile) soluzione, di un’impresa dalla quale non si può uscire vincitori, di una lotta in cui la sconfitta è quasi inevitabile.
Il labirinto come “luogo architettonico”:
la metafora di un problema dal quale non vi è uscita.
La Relatività di Einstein è la teoria che meglio spiega la correlazione tra due branche scientifiche), mostra come il labirinto, esteso in un mondo a quattro (o forse più) dimensioni, dove è impossibile discernere tra concetti di alto e basso, destra e sinistra, avanti e dietro, rappresenti l’interpretazione della complessità del mondo in cui viviamo, all’interno del quale le percezioni sensoriali possano portarci la realtà in modo differente da come essa effettivamente è, semplificando una visione che, altrimenti, potrebbe trovarci incapaci di interpretarla e, in alcuni casi, portarci alla follia.
Il labirinto come “concetto mentale”: la follia.
Proprio il tema della pazzia è strettamente legato, soprattutto in letteratura, al concetto di dedalo, attraverso il concetto di “labirinto della mente”, in cui la metafora è intesa per definire la fitta trama (sia in senso biologico che filosofico) dei pensieri e del modo in cui essi si muovono dentro di noi.
Una condizione in cui sorgono spontanee domande su cosa sia lecito e cosa no, su quali siano le strade da percorrere, al fine di vivere una vita che non risulti un “limbo” in cui rimanere impantanati per tutta la propria esistenza.
E proprio per rispondere ad una tale domanda, viene in soccorso la ragione che dovrebbe, in ogni caso, anche in presenza delle più ardue difficoltà, portarci alla soluzione del mistero, a permetterci di trovare l’unica e sola via d’uscita da dedalo in cui siamo invischiati: Umberto Eco, nelle fasi finali del “Nome della Rosa”, mostra i protagonisti, che fino ad allora si sono mossi come due abili detective, invischiati in un problema di difficile soluzione, quello di orientarsi nel labirinto di torri e corridoi della parte alta della Biblioteca del monastero, al fine di scoprire il colpevole delle morti avvenute nell'abbazia nei giorni del loro soggiorno.
Una metafora che ci porta al punto da cui siamo partiti, il concetto di labirinto come luogo che simboleggia la difficoltà della vita, e a cui siamo tornati girovagando in un intrico di cunicoli, svolte impreviste, vicoli ciechi come sempre è l’esistenza umana. Per ricordare che il labirinto, in fondo, è qualcosa che fa parte di noi e che la sua soluzione deve spingerci, in ogni momento, a migliorarci e renderci più forti, andando contro le avversità e sconfiggendo le nostre paure.
Il labirinto della cappella di Sansevero di Napoli.
L’arte si mostra come un luogo privilegiato in cui convergono le tendenze rivoluzionarie generate dal clima della nuova stagione culturale che rinnova e restaura scienza e filosofia. E’ proprio lungo questa direttrice che il Futurismo, l’Astrattismo, il Dadaismo e il Surrealismo attuano la più vasta e graffiante messa in discussione dell’opera d’arte classica.
Nel pavimento è rappresentato un labirinto prodigioso nella sua realizzazione perché creato da un unica linea bianca continua, senza giunture, un'altra delle idee straordinarie di Raimondo di Sangro, che fu davvero un innovatore in tutti i campi.
Ad oggi rimane purtroppo ben poco a causa di un crollo nel 1889 che lo danneggiò gravemente.
Ne è rimasta una parte davanti alla tomba del Principe di San Severo, alcuni tratti si trovano anche nella Cavea sotterranea e in Sagrestia.
Il disegno consiste in un'alternanza di croci gammate (svastiche) e quadrati concentrici in prospettiva. Non è un tema casuale da parte di Raimondo che ne ha ricoperto addirittura il pavimento, il labirinto è il simbolo per eccellenza del percorso iniziatico, attraverso il quale si cerca la via di uscita verso la verità.
Tema molto caro ai Cavalieri Templari, luogo della ricerca del Graal, in Italia e nel mondo ne troviamo di diverse tipologie, spesso in luoghi ben precisi, come dimore filosofali o magioni dei Cavalieri dell'Ordine. Rappresenta il nostro cammino, i bivi a cui siamo sottoposti ogni giorno, le nostre scelte che però fanno parte di un unico grande disegno labirintico, all'interno del quale dobbiamo saper scegliere saggiamente affinché non ne restiamo prigionieri, ma riusciamo ad uscirne vittoriosi per aver, con coscienza e conoscenza, intrapreso la strada corretta.
Giancarlo Bertollini
Bibliografia:
° TRECCANI - Enciclopedia Italiana.
° Il Labirinto come simbolo del viaggio entro e oltre il limite.
di Iliana Borrillo - ( Marzo 2010 ).
° Dall'albero al Labirinto. Studi storici sul segno e l'interpretazione
di Umberto Eco - Editore Bompiani ( 2007 ).
° I Labirinti: il dramma del percorso - Riviste UNIMI ( 2010 ).
di Maria-Isabella Angelino.
° I debiti e crediti dei "tanti noi stessi" e “Il Labirinto della Conoscenza”
di Athos A. Altomonte ( Ω - 29 Ottobre 2007 ).
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