giovedì

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Mille giorni dopo. Quello che non sapevo

Daniele Scalise

Senza enfasi e men che mai desiderio di costruire una biografia attorno a una tragedia che appartiene ad altri molto più che a me posso dire che il 6 ottobre 2023 ero un’altra persona. Quel giorno sapevo alcune cose su Israele, sull’antisemitismo, sul Medio Oriente. Pensavo persino di conoscerli abbastanza bene. Il giorno dopo ho capito quanto fosse approssimativa quella convinzione.

Da allora sono passati mille giorni. Mille giorni sono un tempo sufficiente perché un bambino impari a parlare, perché un governo cada, perché una guerra cambi volto molte volte. Sono stati sufficienti anche per cambiare il mio modo di guardare il mondo.

Quando abbiamo deciso di fondare Setteottobre immaginavo un gruppo di persone preoccupate, per non dire angosciate, da tutto quello che ci stava cadendo addosso e che cercavano – ognuno con le proprie competenze e la propria anima – di reagire alla catastrofe. Oggi mi accorgo che è stato molto di più. È diventato un luogo di incontro, di studio, di discussione, qualche volta perfino di consolazione. Ha portato nella mia vita persone che probabilmente non avrei mai conosciuto e alcune sono diventate amici veri. Persone sparse fra Israele, l’Europa, gli Stati Uniti, accomunate da una qualità sempre più rara: la disponibilità a cercare la verità anche quando risultava scomoda per le proprie idee.

In questi mille giorni ho imparato che la competenza è molto più preziosa della notorietà. Ho visto studiosi lavorare nell’ombra con una serietà straordinaria, mentre opinionisti celebrati parlavano di argomenti che conoscevano appena. Ho scoperto giornalisti coraggiosi e giornalisti lesti nell’adattare i fatti alle proprie convinzioni. Ho incontrato persone capaci di cambiare idea davanti alle prove e altre che continuavano a ripetere la stessa tesi anche quando i fatti l’avevano ormai smentita.

Anche il prezzo da pagare è stato istruttivo. Sono arrivati insulti, accuse, campagne diffamatorie, minacce più o meno velate. Confesso che all’inizio ne ero colpito. Oggi molto meno. Ho capito che, quando si affrontano temi così spietati ed insieme essenziali, l’insulto è spesso il rifugio di chi non possiede argomenti sufficienti. Rimane sgradevole, qualche volta doloroso, ma perde gran parte della sua forza.

La lezione più importante, però, riguarda il mestiere che faccio da una vita. Pensavo che il giornalismo consistesse soprattutto nel cercare notizie. Oggi credo che il suo compito principale sia un altro: distinguere continuamente ciò che è vero da ciò che semplicemente viene ripetuto. Ho visto fotografie riciclate, dati manipolati, testimonianze costruite, slogan trasformati in fatti. Ho imparato che una bugia, quando incontra il clima giusto, corre infinitamente più veloce di una smentita documentata.

Per questo abbiamo dedicato tanto tempo a verificare, controllare, confrontare fonti, ricostruire contesti. Qualcuno ci ha rimproverato un’attenzione quasi ossessiva ai dettagli. Rivendico quell’ossessione. Un nome traslitterato correttamente, una data verificata, una citazione controllata sembrano dettagli minuscoli. In realtà sono il rispetto dovuto ai lettori e anche a noi stessi.

Anche Israele mi appare diverso. Prima del 7 ottobre osservavo soprattutto uno Stato. Oggi vedo anzitutto una società. Vedo famiglie che convivono con l’assenza degli ostaggi, riservisti che hanno lasciato lavoro e affetti per mesi, medici, insegnanti, volontari, persone comuni che hanno continuato a vivere mentre tutto sembrava franare. Ho imparato che Israele si capisce molto meglio parlando con chi ci vive che leggendo molti editoriali scritti a migliaia di chilometri di distanza.

In questi mille giorni è cambiato anche il mio modo di guardare l’Occidente. Ho scoperto quanto fragile possa diventare una democrazia quando rinuncia al senso critico, quanto facilmente le parole perdano significato e quanto rapidamente l’antisemitismo riesca a presentarsi con linguaggi sempre nuovi, pur conservando lo stesso antico putridume.
Mi chiedono spesso se, potendo tornare indietro, rifarei tutto questo.

Sì.
Lo rifarei perché Setteottobre mi ha costretto a studiare più di quanto avessi mai studiato, ad ascoltare più di quanto avessi mai ascoltato e, soprattutto, a dubitare delle mie stesse certezze. È un esercizio impegnativo, ma rappresenta l’unico antidoto contro il fanatismo.

Mille giorni dopo porto con me molte meno illusioni rispetto al 6 ottobre 2023. In compenso possiedo qualcosa che considero più prezioso: una maggiore consapevolezza della complessità, il rispetto per i fatti e la convinzione che la ricerca della verità sia sempre un lavoro incompiuto.
È con questo spirito che continueremo. Perché mille giorni raccontano ciò che è accaduto. I prossimi mille dipenderanno anche dalla nostra capacità di continuare a fare domande, verificare risposte e difendere, ogni giorno, la dignità dei fatti anche quando vestono e rappresentano l’orrore. 

https://www.setteottobre.com/mille-giorni-dopo-quello-che-non-sapevo/

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venerdì

Torna la Storica Infiorata Romana

Ogni 29 Giugno, in occasione della Festa dei SS. Patroni di Roma Pietro e Paolo, Piazza San Pietro e via della Conciliazione si trasformano in un museo a cielo aperto di tappeti floreali grazie all’Infiorata Storica di Roma.
Una festa storica, riscoperta dalla Pro Loco di Roma Capitale, che conserva intatta ancora oggi la sua tradizione e bellezza nel tripudio di colori e nell’esaltazione dell’arte effimera. 
Qui potete ammirare alcune immagini della stupenda edizione del 2025 in concomitanza del Giubileo e della ricorrenza dei 400 anni della Festa dell'Infiorata Storica Romana.

ORIGINI DELL’INFIORATA STORICA DI ROMA

L’infiorata nasce nel XVII secolo nella Basilica Vaticana per la celebrazione del Corpus Domini, festa che commemora la presenza di Cristo nell’Eucarestia e per celebrare i Santi Patroni di Roma Pietro e Paolo.
La prima Infiorata è datata 29 giugno 1625 per merito dell’iniziativa del fiorista romano Benedetto Drei, responsabile della Floreria Vaticana durante il pontificato di Papa Urbano VIII che per primo utilizzava opere multicolore “con petali sminuzzati a foggia di tasselli di mosaico”. Dopo la morte di Benedetto Drei, venne portata avanti da Gian Lorenzo Bernini, maestro delle feste barocche, per poi essere diffusa anche nelle zone limitrofe come i Castelli Romani e successivamente in tutta Italia.
Sebbene dal XVII secolo, quando le infiorate nacquero ed ebbero grande riscontro da parte dei fedeli e del pubblico, nel tempo questa tradizione Romana scomparve.
Ad oggi grazie alle iniziative della Pro Loco di Roma Capitale, coordinate dal Presidente Lucia Rosi e dal Direttore Mauro Abbondanza, si è riportata alla luce questa incredibile manifestazione di bellezza per la festa liturgica dei SS. Pietro e Paolo patroni della città di Roma celebrati il 28 e il 29 giugno di ogni anno, tra Via della Conciliazione e Piazza San Pietro.
L’infiorata storica di Roma si caratterizza da complessi mosaici di fiori e materiali naturali, omaggio alla religiosità ma anche espressione di una straordinaria forma di arte effimera in grado di coniugare la bellezza naturale dei fiori con la maestria artigianale ed artistica degli infioratori.
Ogni anno le opere variano in base al tema religioso scelto per l’occasione, che può spaziare dalle immagini sacre come la Madonna e il Cristo, scene bibliche, simboli di speranza e fede, o riproduzioni di opere d’arte a tema religioso.
Le composizioni vengono create partendo da una base di polvere di marmo o teli di juta, sul quale vengono posti fiori come rose, garofani, crisantemi, viole, petali di margherite e altre piante che abbiano colori vivaci e duraturi. Oltre i fiori sono utilizzati anche altri materiali effimeri come sabbia, sale, cortecce, frutta e verdura, truciolato, polvere di riso, polvere vulcanica, zucchero etc. tutti materiali rigorosamente naturali.
Questo evento racchiude in sè un forte legame con la tradizione religiosa, ma si è evoluta anche come opportunità artistica di partecipazione comunitaria dove i cittadini si uniscono per celebrare la bellezza e la spiritualità. 

La Gazzetta Tricolore

EDIZIONE DEL 19 GIUGNO 2026

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