giovedì

Compagnia Teatrale Paltò Sbiancato

Dopo il successo riscosso in occasione della programmazione della pièce “Alfabeto muto”, scritto da Francesca e Natale Barreca e Pino Tossici, con gli attori Massimiliano Calabrese, Monica Maffei, Pino Tossici, Mary Fotia e Giulia Tuzzi e con la partecipazione di Mara Palmitessa e la regia di Stefano Maria Palmitessa, presso il Teatro Keiros di Roma ,in via Padova, 38 / A (metro B - piazza Bologna), si informa che nel medesimo teatro la Compagnia Paltò Sbiancato dal 30 aprile 2012 al 6 maggio 2012 presenterà :

IL TABULE’ DI TITO
LIBERO ADATTAMENTO DELLA TRAGEDIA DI W. SHAKESPEARE “TITO ANDRONICO”
Stefano Maria Palmitessa racconta così lo spettacolo: "Francesca Barreca, Natale Barreca, Pino Tossici e Stefano Maria Palmitessa tornano a lavorare insieme dopo le fortunate commedie: “Fioretti d’amore” e “Alfabeto muto”.
Tra arte e vita, tableaux vivant e coreografie, teatro espressionista e dell’assurdo, tecniche registiche del teatro dei burattini e trucchi facciali strepitosi (dell’Accademia di Trucco Professionale di Roma), ancora una volta la Compagnia Teatrale Paltò Sbiancato si cimenta con le meccaniche del teatro d’avanguardia".
Stefano Maria Palmitessa 347.42.22.594
Presso il Teatro Keiros, un’ora prima dello spettacolo sarà possibile partecipare a un incontro (gratuito) con i truccatori dello spettacolo (Accademia di Trucco Professionale di Roma) che sveleranno i trucchi del mestiere e/o con il regista (Stefano Maria Palmitessa) che parlerà della sua opera teatrale, della sua carriera e del teatro (in generale) lungo l’arco della storia. A loro sarà possibile rivolgere domande.

Compagnia Teatrale Paltò Sbiancato - Sito Web :  www.teatropalmitessa.it

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lunedì

Si parlerà più cinglese che inglese?

di Roberto Vacca, Nòva, 13/11/2011
“Em no gras bilong het” [He no grass of head = lui no erba di testa] vuol dire “calvo” in Pidgin English, l’inglese rudimentale adulterato con parole straniere fiorito in Cina ai tempi delle guerre dell’oppio e, in altre forme, anche in Papua, Nigeria etc. “Pidgin” sarebbe una deformazione di “business”. espressioni pidgin sono rientrate in inglese colloquiale e sono usate anche negli Stati Uniti. Ad esempio [Long time no see = lungo tempo non vedere] si dice spesso ad amici che non incontravamo da tempo. [Lose face = perdere la faccia] ripete (anche in italiano) il modo cinese di definire una brutta figura. [No can do = non potere fare] si usa per: “Non si può” o “Non me la sento”.
Il Pidgin si considera una lingua franca: termine usato al tempo delle crociate per definire i gerghi misti di italiano, francese e arabo parlati nel Medio oriente. Altre lingue franche sono: il papiamento, il beche la mar, il creolo, il tok pisin e lo swahili.
Al tempo della rivoluzione culturale i cinesi erano scoraggiati dall’imparare l’inglese. Da 20 anni, invece, la Cina è preda di una febbre inglese: saperlo è simbolo di stato. Chi lo sa bene ha promozioni e cattedre. Taluno vaticina che fra pochi decenni il numero dei cinesi anglofoni sarà maggiore di quello dei parlanti madre lingua. Oggi l’inglese è la prima lingua di 375 milioni di persone, la seconda di altri 375 ed è lingua straniera imparata da 750 milioni.
Il livello medio dell’inglese parlato in Cina è basso. Molti parlano chinglish: termine (risalente al 1957) che il dizionario di Oxford definisce come “inglese contenente parole cinesi, loro traduzioni errate e sintassi derivata dal cinese”.. Il sito http://www.chinglish.com/ offre servizi di monitoraggio e correzione di testi inglesi (anche legali) scritti da cinesi. Sono scritti in chinglish anche molti cartelli - con testi che risultano umoristici.
Don’t stroke the works [= Non accarezzate i lavori – in una pinacoteca per dire di non toccare i quadri.
Dont press the glass to get hurt [= Non premete sul vetro per farvi male - invito alla prudenza: vetro fragile].
Cash recycling machine [= Macchina per riciclare contanti - Bancomat]-
È più comprensibile il China English usato da chi studia la lingua sul serio per farsi capire al meglio. A parte gli errori lessicali, registra una imitazione della sintassi cinese diversa da quella occidentale perché manca di declinazioni e coniugazioni. Ogni ideogramma o gruppo di ideogrammi può fungere da nome, verbo, aggettivo, avverbio a seconda del contesto o della struttura sintattica che lo ospita. Spesso nei testi scritti da cinesi viene omesso il soggetto che notoriamente è presente in ogni frase inglese.
Per migliorare il China English, la Microsoft Research Asia ha sviluppato Engkoo - un motore di ricerca. Non è solo un vocabolario, ma un sistema esperto per aiutare i cinesi nell’imparare l’inglese e produrre testi comprensibili e corretti. In modo simile agli strumenti di Word, corregge spelling e grammatica, suggerisce sinonimi e modifiche per innalzare la leggibilità.
Dopo la II guerra mondiale anche il francese incorporò moltissime parole inglesi. Il risultato fu chiamato franglais dal giornalista Miles Klingston che pubblicò nel 1979 un libro: Let’s parler franglais. Molti francesi avversarono l’usanza e nel 1994 fu promulgata una legge Toubon che proibiva l’uso di termini stranieri nei documenti ufficiali e anche aziendali. Ad alcune società furono comminate forti multe per aver inviato ai loro dipendenti messaggi che contenevano termini inglesi e anche per aver fatto usare software in inglese.
Nel 1978 passai una giornata a lavorare in FIAT a Torino: molti tecnici e manager usavano almeno un paio di parole inglesi in ogni frase. Inventai allora il termine “itangliano” e nel mio “Consigli a un giovane manager” (Einaudi 1999) illustrai le 600 parole inglesi entrate nel management italiano. L’itangliano è una specie di chinglish.

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martedì

Italia, il Paese delle partite IVA.

500mila nascondono dipendenti.
Averla è spesso la condizione per poter lavorare.
WALTER PASSERINI
Quelle ufficiali sono quasi 9 milioni milioni. Quelle attive sono 6,5 milioni. Ma se togliamo le aziende, i liberi professionisti con Ordini, gli artigiani arriviamo a un esercito di 3,5 milioni di partite Iva, dentro il quale lavorano free lance, collaboratori, consulenti senza albi e almeno 500mila dipendenti di fatto che per avere il lavoro hanno dovuto sottostare alla legge dell’Iva. Ma quando conviene o non conviene aprire una partita Iva?
Inevitabile. La partita Iva è praticamente obbligatoria quando si hanno più committenti. Nella sostanza, avere tre, quattro o cinque clienti, al di là della categoria di appartenenza, rispetto ai quali ci si arrabatta da mattino a sera, rende inapplicabile un contratto di collaborazione coordinata e continuativa (cococo), un contratto a progetto e ovviamente anche un contratto da dipendente. Questa soluzione non è alla portata dei collaboratori pluricomittenti i cui clienti siano famiglie o privati che, non avendo a loro volta la partita Iva, non possono scaricare i costi. Anche la ritenuta d’acconto può essere usata al posto della partita Iva se si tratta però di collaborazioni veramente occasionali. Un altro caso è quello degli iscritti a un albo professionale come quelli delle libere professioni (avvocati, commercialisti, ecc.), per i quali la partita Iva è praticamente obbligatoria.
Quattro conti. L’apertura della partita Iva è conveniente a seconda del reddito. Infatti, l’altra domanda è: ma per chi ha pochi clienti, conviene aprirla? Sotto i 30mila euro l’anno di ricavi, dal punto di vista fiscale, aprirla o non aprirla è indifferente. Tra chi ce l’ha e chi non ce l’ha il carico Irpef è identico. Anche il costo di apertura in questo caso è modesto ed è compensato dalla possibilità di scaricare l’Iva e le spese, che per chi non ha la partita Iva è impossibile. La differenza sta nel carico contributivo. Un cococo o un parasubordinato o anche un occasionale dovranno iscriversi alle gestioni separate, prevalentemente dell’Inps, ma pagheranno solo un terzo dell’aliquota oggi in vigore (26,72%), mentre due terzi li pagherà il datore di lavoro. Questo almeno sulla carta. Il titolare di partita Iva dovrà invece versare di tasca propria tutta l’aliquota, meno, ma non sempre ci riesce, il diritto di rivalsa del 4%. Su un reddito lordo di 30mila euro un lavoratore senza partita sborsa 2.204,40 euro; un lavoratore con partita Iva 6.412,80 euro, con una differenza di oltre 4.200 euro l’anno (tenendo conto che per il 2010 vi è un minimale contributivo esente di 5mila euro che rappresenta una sorta di franchigia).
Ricavi più elevati. L’apertura della partita Iva è quindi meno penalizzante se si hanno redditi più elevati e un livello di spese significativo. Con il reddito infatti sale la quota di spese deducibili, e, mentre la rivalsa del 4% si calcola sul reddito lordo complessivo, l’ammontare dei contributi si calcola in base al reddito netto, dedotte le spese. Per un reddito di 50mila euro e spese di 20mila la rivalsa sarebbe di oltre 5.300 euro e l’imposizione contributiva a suo carico di oltre 6.400 euro.
Dopo la Biagi. Dal 2003, poi, dopo il decreto attuativo 276/03, la partita Iva individuale è praticamente obbligatoria in tutti i casi in cui non sussista vincolo di subordinazione. Per cui o si è cococo, cocopro o dipendenti oppure si deve aprire la partita Iva. E’ anche il caso di dipendenti che aprano un’attività aggiuntiva. Sfuggono alla norma invece per esempio gli artisti o gli occasionali, purché il loro reddito sia modesto, al di sotto dei 10mila euro.
Tra il grigio e il nero. Vi è infine la concorrenza sleale da parte dei funamboli del grigio e del nero. E’ vero che la crisi riduce i volumi sia del chiaro che del nero. Ma la concorrenza sleale tra chi paga regolarmente le tasse con o senza partita Iva e chi non le paga resta una piaga che andrebbe quanto prima stroncata.

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Documenti diplomatici storici on line sul Sito del MAE

Presentazione.
Un viaggio attraverso la documentazione ufficiale dei primissimi anni dopo l'Unità d'Italia, che ricostruisce, attraverso i carteggi originali, la storia diplomatica del nostro Paese. È quanto offre alla consultazione dei cittadini, il sito del Ministero degli Affari Esteri in occasione del 150° anniversario dell'Unità d'Italia. I manoscritti presentano uno spaccato importante delle relazioni diplomatiche, intese a instaurare formali e reciproci rapporti, promosse da paesi stranieri verso il nascente Stato italiano.
I documenti, visionabili anche in alta risoluzione, provengono dall’Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri, struttura che si occupa della conservazione, del riordinamento e dell’inventariazione della documentazione storico-diplomatica prodotta sia dagli Uffici centrali del Ministero sia dalle Rappresentanze diplomatiche e consolari all’estero e ne assicura l’accessibilità nei limiti della consultabilità. Conserva inoltre gli originali degli atti internazionali.
Dall'inizio dell'anno sono stati sedici i documenti finora pubblicati che ripercorrono i passi diplomatici ufficiali che sancirono il riconoscimento dello Stato italiano nel consesso internazionale. La condivisione della documentazione diplomatica rappresenta un'opportunità, per studiosi e non, di ricostruire un passaggio storico significativo nella storia dei rapporti internazionali.
Il riconoscimento degli altri Stati.
La Gran Bretagna, che aveva sostenuto Cavour e Vittorio Emanuele II durante il percorso unitario, concesse il riconoscimento già alla fine del marzo 1861, prima fra le nazioni d’Europa e del mondo.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti d'America, l’emigrazione di numerosi patrioti del risorgimento italiano al di là dell’Atlantico costituì un fenomeno di rilevo in particolare per i rapporti tra i due paesi. La simpatia delle élites americane verso la causa italiana fu evidenziata dall’apporto di combattenti statunitensi nell’impresa dei mille di Garibaldi, cui trovò riscontro, successivamente, la partecipazione di volontari italiani nei due eserciti americani (in prevalenza in quello nordista) durante la guerra di secessione.
La Francia era stata alleata del Regno di Sardegna durante la guerra contro l’impero asburgico del 1859. I moti e gli esiti dei plebisciti del 1860 avevano invece preoccupato l’imperatore Napoleone III, il quale, in quanto sovrano cattolico, disapprovò l’acquisizione di parte dei territori dello Stato Pontificio e non vide di buon occhio la formazione di uno Stato nazionale italiano ben più esteso e, in prospettiva, potente di quanto non prevedessero gli originali piani francesi. Le perplessità dell’imperatore impedirono un pronto riconoscimento del titolo di Re d’Italia a Vittorio Emanuele II nel marzo 1861. Per evitare che la Gran Bretagna acquisisse un'influenza preponderante sul nuovo Stato, Parigi intraprese un complesso negoziato diplomatico con Torino che si concluse alla fine di giugno. Nel documento ufficiale, le parti evidenziavano le rispettive riserve che si ponevano al momento del formale avvio delle relazioni diplomatiche tra l’impero francese ed il Regno d’Italia.
Testo raccolto dal Sito del Ministero Affari Esteri.
Indice del Dossier del 4 novembre 2011
Presentazione.
L'Archivio dei documenti (Sito MAE)
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